Un puzzle complicato da comporre
Le posizioni in campo
Più ci si addentra nella vicenda delle gare per l’assegnazione delle concessioni della distribuzione gas, più si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un complicato puzzle.
Un puzzle di oltre 170 pezzi, tanti quanti sono i cosiddetti Ambiti territoriali minimi introdotti sulla scia del decreto Letta del 2000. Per carità, il famoso gioco contempla anche soluzioni con molti più tasselli da mettere al proprio posto. Ma in questo caso il problema è che a comporre il mosaico concorrono più mani. E a guidarle ci sono posizioni (e interessi) spesso non concordi. Più ci si addentra nella vicenda delle gare per l’assegnazione delle concessioni della distribuzione gas, più si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un complicato puzzle. Un puzzle di oltre 170 pezzi, tanti quanti sono i cosiddetti Ambiti territoriali minimi introdotti sulla scia del decreto Letta del 2000.
Per carità, il famoso gioco contempla anche soluzioni con molti più tasselli da mettere al proprio posto. Ma in questo caso il problema è che a comporre il mosaico concorrono più mani. E a guidarle ci sono posizioni (e interessi) spesso non concordi. L’ultima soluzione per tentare di sbloccare il mai decollato sistema Atem, anticipata a QE dal presidente uscente di Utilitalia Filippo Brandolini, è sostanzialmente quella di bypassare le gare. Ossia: prorogare le concessioni sulla base del modello della “rimodulazione” previsto dalla legge di Bilancio per la distribuzione elettrica. A quanto risulta a QE, Brandolini ne ha parlato con il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto poco prima di lasciare la presidenza al subentrante Luca Dal Fabbro (che comunque condividerebbe la posizione). E la settimana scorsa il responsabile del MASE ha detto pubblicamente che quella della rimodulazione “è una valutazione da farsi”, anche perché il sistema delle gare “non ha funzionato”.
Su questo, in realtà, convergono sostanzialmente tutti i protagonisti del settore. Ma è sulle soluzioni che si fa fatica a trovare una quadra. Alcuni mesi fa, le indiscrezioni dicevano che il MASE valutava un taglio drastico del numero degli Atem a 6-7. Piano che i piccoli-medi operatori non vedevano di buon occhio, per il timore di essere estromessi dal settore. La loro proposta, condivisa anche da Utilitalia, è puntare a incentivare le aggregazioni. Sul fronte Proxigas ancora non sarebbe stata fatta una valutazione dell’opzione proroga, ma certamente anche l’associazione spinge per superare lo stallo delle gare. La proposta sulla rimodulazione è peraltro ancora allo studio di Utilitalia. Ma una cerchia più ristretta di utility avrebbe già messo a punto un piano dettagliato. A ulteriore dimostrazione di quanto siano variegate le posizioni nel settore.
I dettagli della proposta
L’obiettivo è sostanzialmente che le imprese in grado di garantire un solido programma di investimenti, focalizzato anche sulla decarbonizzazione (idrogeno, biometano, gas verdi, ect), possano ottenere in cambio il rinnovo della concessione per un “congruo periodo di tempo”. L’obiettivo sarebbero i 20 anni fissati per l’elettrico ma in questo caso si pone il problema del disallineamento con i 12 anni delle concessioni gas finora rinnovate per gara.
I piani dovrebbero essere accompagnati da un rigoroso vaglio dei costi e dei benefici degli interventi proposti ed essere verificati dalle amministrazioni locali attraverso le stazioni appaltanti designate per gli Atem individuati dalla normativa.
La proposta prevede inoltre un meccanismo di “razionalizzazione dell’offerta”, introducendo un sistema di incentivi affinché le imprese non interessate a investire nel settore possano uscire dalla gestione alle stesse condizioni garantite nell’ipotesi di aggiudicazione delle gare d’Ambito.
A seguito della proroga della gestione, infine, le imprese dovrebbero garantire ai Comuni gli stessi benefici economici diretti previsti dalla normativa sulle gare, sia per quanto riguarda i canoni di concessione che per quanto riguarda la possibilità di cedere gli impianti di loro proprietà.
Sarebbe infine previsto un contributo da parte delle imprese a favore dei consumatori, attraverso la contribuzione a un fondo nazionale che verrebbe utilizzato per ridurre le bollette del gas.
A differenza di quanto stabilito per l’elettrico (e oggetto di rilievi da parte di Arera), sarebbe invece esplicitamente escluso che i benefici riconosciuti ai Comuni e ai consumatori finali possano essere recuperati attraverso degli incrementi tariffari.
Il nuovo decreto criteri
Come detto, in Utilitalia non si sarebbe ancora arrivati a tale livello di dettaglio. Anche perché in questa fase è ritenuto poco utile, se non addirittura controproducente.
Peraltro, attualmente il ministero (per lo meno a livello dirigenziale) sembra voler andare avanti con il nuovo decreto sui criteri di gara, ritirato fuori un po’ a sorpresa dopo anni di stasi e trasmesso alla Conferenza Unificata per il parere. Un testo che, peraltro, lato operatori sembra presentare più di una criticità. Non solo il fatto di aver incrementato il peso dell’offerta economica rispetto a quella tecnica, come sottolineato a QE da Brandolini a inizio luglio. Ma anche l’aver riconosciuto ai Comuni l’ammortamento relativo al capitale investito netto alla scadenza della concessione. Unitamente al fatto di avere cancellato, rispetto a una prima versione del testo, il riconoscimento direttamente ai Comuni di un corrispettivo per gli oneri legati agli obblighi di efficienza energetica, evitando dunque di costringere i Dso ad acquistare i Tee.
Va comunque sottolineato che il decreto criteri potrebbe tornare utile anche qualora la rimodulazione delle concessioni andasse in porto, per lo meno se si seguisse la via scelta per l’elettrico. Infatti, nei casi in cui i piani straordinari di investimento presentati dai distributori non venissero giudicati idonei dall’Arera, l’opzione gara resterebbe sul tavolo.
Come si diceva, il puzzle è complesso. Difficile ora capire quando e come potrà assumere una vera forma.
di Carlo Maciocco QE 21-07-2025
